giovedì 31 luglio 2008

Vacanza.8

Ultimo giorno prima della chiusura estiva. Si ritorna a settembre con due importanti novità se le trattative in corso avranno esito positivo. Prima di andare in vacanza, qualora non l'abbiate già fatto, spendete due minuti per dare un'occhiata alle iniziative promosse in questi mesi dal blog. E ricordatevi che se Il Testardo va in vacanza, qualcuno continua ininterrottamente la sua opera umanitaria che ha bisogno di costante sostegno.

Vi lascio con un proverbio arabo scoperto per caso in una notte multiculturale a Torino. Ci si vede tra un mese. Pace ed empatia.

"Colui che non sa, e non sa di non sapere, è uno sciocco: evitalo.
Colui che non sa, e sa di non sapere, è un ignorante: istruiscilo.
Colui che sa, e non sa di sapere, è addormentato: sveglialo.
Colui che sa, e sa di sapere, è un saggio: seguilo."

mercoledì 30 luglio 2008

SW Release.7

Ecco le principali sowtware release del mese che si conclude domani. Buon aggiornamento.





  • iTunes 7.7

  • iWeb 2.0.4

  • iLife Support 8.3

  • iMovie 7.1.4

  • iPhoto 7.1.4

  • Messenger Mac 7.0.1

  • Firefox 3.0.1
  • martedì 29 luglio 2008

    Cani fascisti

    lunedì 28 luglio 2008

    Ultim'ora.6

    Amhadinejad rinnova le minacce contro gli Stati Uniti e Israele, poi chiude il suo negozio di kebab e torna a casa.

    Berlusconi: «Il lodo Alfano non è ad personam, è per tutti i cittadini che fanno il presidente del consiglio».

    Batman picchia la madre, Robin sodomizza la nonna.

    Alitalia, Berlusconi espone il piano di rilancio: «Chi la vuole, faccia un'offerta».

    Caso Telecom, «Non ho nienteda nascondere», dice una fonte anonima.

    I pessimisti sorpresi da come sono andate le cose al congresso di Rifondazione.

    Al Qaeda annuncia la sua nuova politica di tolleranza zero.

    Max Mosley invade la Polonia.

    domenica 27 luglio 2008

    Carta Canta.48 - Di padre ignoto

    "Appena vedrò i miei legali dirò che io non voglio approfittare di questa norma, perché voglio allontanare qualunque sospetto. E' una norma salva tutti e non una norma salva premier, come scritto su molti giornali. Così il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi, al termine del vertice Ue a Bruxelles. Berlusconi si è quindi detto "indignato per l'espressione usata da molti media italiani per definire l'emendamento" (Silvio Berlusconi, Adnkronos, 20 giugno 2008).

    "Con questa lettera di Berlusconi nessuno potrà dare a me la responsabilità del salva-premier" (Carlo Vizzini, FI, presidente commissione Affari costituzionali, relatore del decreto sicurezza con l'emendamento che sospende circa 100 mila processi per un anno, compreso quello a Mills e Berlusconi per corruzione giudiziaria, commenta la lettera del premier sul lodo Schifani-2 inviata al presidente del Senato, Renato Schifani, La Stampa, 18 giugno 2008).

    sabato 26 luglio 2008

    Una ragazza di Genova

    Non capita nella vita di ogni individuo, ma almeno per la maggior parte delle persone vi è un momento della vita in cui si scopre di non essere solo un’isola autosufficiente, ma che c’è un mondo oltre se stessi.

    Non saprò mai se mi sarebbe veramente interessato quello che successe a Genova nel Luglio del 2001 se non fosse stato che abitavo a pochi chilometri dal palazzo che per una minuscola frazione di tempo diventò il centro del mondo. Ma io a Genova ci sono nata e cresciuta e da quando ricordo di pensare ho sempre considerato che anche in questo doveva esserci di sicuro un senso.

    Fu in quei giorni di Luglio che capii molte di queste cose. Il destino è sempre premuroso, per questo mi fece nascere proprio a Genova, e nonostante quanto limitato possa sembrare come spazio, in quei pochi chilometri che coprivano il percorso da casa mia alla zona rossa, capii che oltre al mio micro-mondo ve ne era un altro.

    Era solo da pochi giorni che finalmente potevo esibire il mio sudato diploma di maturità artistica, guadagnato in fretta e furia, come tutti i maturandi genovesi. Gli esami dovevano obbligatoriamente essere finiti entro l’inizio del meeting. Senz’ombra di dubbio fu questa la prima cosa che il G8 influenzò della mia vita. Noi che studiavano nella Zona rossa non sapevamo neppure se ce l’avremo fatta a sostenere gli esami per i quali ci stavamo preparando da almeno un anno. Ci immaginavamo uno scenario apocalittico, in cui come in un video game avremo dovuto affrontare cecchini, carri armati, spari a raffica prima di raggiungere vittoriosi il portone della scuola per scoprire che era chiusa perché magari Bush voleva farsi una passeggiata per quella via.

    Ogni volta che in Via San Vincenzo iniziava o finiva un nuovo lavoro per abbellire la strada tutto ci sembrava ogni giorno più vicino, l’esame e il G8. Per tutto l’anno scolastico avevamo percorso il tragitto fino al liceo su ponteggi improvvisati, tubi e fughe di gas. E così era stato tutto il centro. Da bella come la avevo sempre vista, la Superba per mesi si era trasformata in un lugubre cantiere a cielo aperto, umido e perennemente avvolto dalla pioggia. Probabilmente gli eventi atmosferici lo sapevano già a che cosa ci si stava preparando. Inciampai nei ponteggi fino all’ultimo giorno degli esami, ma quando ritornai a ritirare il Signor Pezzo di Carta, i ponteggi non c’erano più e al loro posto stavano iniziando ad essere costruite le barricate che avrebbero separato la via dalle altre. Capii che tutto quello di cui avevo confusamente letto e di cui non mi ero neanche tanto preoccupata stava iniziando e capii che la città stava iniziando a non essere più mia. Per tre giorni i proprietari sarebbero state otto persone che molto probabilmente non erano neanche capaci a individuarla nel mappamondo. Solo loro avevano il diritto e chi la aveva sempre amata e vi aveva sempre vissuto si ritrovava una grata in faccia a vietargli il passaggio.

    Iniziai già dalla settimana prima a girare per la città con la macchina fotografica appesa al polso a fotografare i preparativi di questo grande evento. Avevo appena capito cosa significasse quella piccola sigla così infantile e già mi ero decisa di esserne testimone.

    Per la prima e unica volta della mia vita potevo essere testimone della storia e volevo esserlo fino in fondo, senza capire che cosa mi ci spingesse e perché questo mi distraesse da cose che mi sembravano più importanti, come il mio futuro da quel momento. Ma pensare ad un lavoro, all’università, ad una nuova vita in un’altra città erano idee che rimanevano sospese. Solo il presente di quei giorni era quello che volevo vivere.

    Lessi di limoni incollati alle piante per decorare l’interno di Palazzo Ducale, di pannelli posti sulle facciate dei palazzi che non si aveva avuto il tempo di restaurare, lessi del divieto di appendere abiti e biancheria ad asciugare alle finestre, e capii la reale portata intellettuale dell’evento. Ma quello che si porgeva ai miei occhi era un altro mondo, una altra faccia del corso degli eventi. Era quello della massa colorata di persone che, lenta ma costante, arrivava a Genova. E quando iniziai a intravedere quel fiume fu una delle poche volte della mia vita in cui non mi sentii sola. Sarebbero stati quelli i miei compagni di quel viaggio che mi avrebbe fatto vivere la Storia, con loro nelle loro mille lingue, mille colori, credi, ideologie e religioni diverse.

    Salutai la pioggia che precedette il vertice come un segno del destino, perché lasciò al suo posto un’aria fresca, inusuale per Luglio. Era di sicuro il suo modo per aiutare i tanti manifestanti nelle loro imprese senza soffrire l’afa. Chi, invece, nel periodo del G8 avrebbe indossato un completo o una divisa il caldo lo avrebbe sofferto comunque. Ma dopotutto, ognuno è libero di scegliersi quale vestito indossare nella vita, e chi sceglie la divisa sa che a Luglio rischia di soffrire molto caldo. E’ altamente probabile, o almeno così io penso, che molte cose inspiegabili al mondo possano succedere anche solo per ragioni fisiologiche, così semplici e ovvie che nessuno ci va a pensare, chissà, se il caldo può dare la testa, chissà.

    Non volevo e non potevo pensare che potesse essere brutto o pericoloso. Ero ingenua, le cose brutte non succedono nei paesi civili. I giornali sprecavano inchiostro per dare consigli sul come comportarsi in quei giorni, mi sembravano così eccessivi; maschere antigas, bottiglie con acqua e bicarbonato, limone per lenire le infiammazioni da lacrimogeni. Ma si sa che l’informazione deve essere sempre eccessiva sennò non vende. 50 o forse 100 bare arrivate dal Ministero dell’Interno su un treno da Roma fino a Genova; forse non sarà proprio come me lo immagino. Ma era la Storia, dopotutto, con la S maiuscola, che stava per accadere a sei chilometri da casa mia. Genova era la capitale del mondo e forse da quel momento non sarebbe più stata ricordata dagli stranieri solo come “un posto vicino a Portofino”.

    Gli elicotteri continuavano a volare, così vicini che sembrava di averli in giardino. Non lo ho ancora somatizzato, ogni volta che sento il rumore di un elicottero penserò sempre a quei giorni, così come ogni volta che il segnale del cellulare scompare senza ragione. Chissà che cosa pensavano potessimo dirci per oscurare il segnale del telefono.

    Ma il vero mondo è sotto casa mia e non nel Palazzo, nel centro nevralgico. E’ allo Stadio Carlini e quando si va comprare l’acqua (alle macchinette dell’ospedale, perché tutti i negozi sono chiusi) si torna a mani vuote, perché dopotutto noi abbiamo i rubinetti, i manifestanti no.

    Gli autobus interrompono il loro percorso all’inizio della zona Foce, inizio zona gialla, come se oltre vi possa essere un dirupo e alla festa dei Migranti, il 19 Luglio si va a piedi. E quel giorno capisco di non aver sbagliato, è tutto come lo avevo immaginato: 200.000 persone che si incontrano. I “grandi” devono essere delusi, è oltre le barricate che ci sono i veri protagonisti!

    La diretta televisiva avverte che otto manifestanti (numero davvero magico oltre che ricorrente) sono riusciti ad entrare dentro la Zona rossa. Urlo di gioia per i nuovi eroi, peccato che dopo questo breve annuncio più nulla si sia saputo di loro. E’ il 20 e le mie gambe mi vietano di andare oltre Corso Gastaldi. Rimango lì a guardare, come se fossi una telecamera abbandonata su un cavalletto a registrare le scene nella mia testa. Perché se tirassi fuori la mia macchina fotografica potrei passare guai. Il cellulare non prende, non torno a casa a pranzare, ma non preoccupatevi, ho con me panini e acqua. Ma tanto il cellulare non prende.

    Al casello dell’autostrada si sono presentate delle persone vestite di nero, la polizia di Genova non voleva farle entrare ma da Roma hanno dato l’ordine di accoglierle. E le mie gambe non si muovono, guardo la Punto grigia accanto a me. Penso che il suo proprietario non deve leggere molti giornali, oppure la ha lasciata lì apposta per me, per nascondermi lì sotto se ne avessi avuto bisogno. La polizia marcia al passo dell’oca e forse non avrei dovuto mettermi le espadrillas (anche se fa molto manifestazione) ma delle scarpe da ginnastica. La macchina fotografica rimane nella borsa, non è più lei la mia testimone, ma il testimone sono io. Me la possono rompere, ma nessuno romperà me, perché siamo in un paese civile e la manifestazione alla quale sto partecipando è autorizzata.

    Come se fosse un miracolo ritorna il segnale del telefono e squilla. C’è un morto. E’ a meno di un chilometro da me. Vuole dire che per il momento Roma ha sprecato 49 bare, ma potrebbe sempre rifarsi della parcella, ha ancora più di un giorno di tempo. Finché le linee telefoniche danno stato di grazia, si fa giro di informazione. Dove sei? Sei vivo? c’è stato il morto, sta attento.

    Non so come, sono a casa, il video dà una visione più ampia di quello che i miei occhi hanno fotografato. Come se qualcosa di vecchio di poche ore potesse essere già entrato nell’immaginario collettivo. Però non è questa la storia che pensavo di vivere. Mani bianche alzate al cielo di chi sarebbe caduto dopo pochi attimi sotto botte dagli stinchi al cranio, senza alcuna ragione o distinzione. Ragazzi, bambini, preti. Era dai tempi di Diocleziano che i cristiani non prendevano così tante botte.

    A San Giuliano si sono visti dei carabinieri cambiarsi le divise e indossare tute nere. Da quel momento ho capito, è prassi elementare, l’occhio vede quello che la mente vuole.

    La grande manifestazione che doveva esserci il 21 non ci fu. Doveva essere la più gioiosa, la più grande, la più bella. Stavo uscendo da casa, ma in tre mi sbarrarono la porta. E’ vero sono figlia unica.

    In tutte le società esiste un concetto di rispetto chiamato lutto. L’ultimo giorno si bloccò, non perché chiunque doveva esserci si ritrovava parzialmente immobilizzato alla Pertini-Diaz o a Bolzaneto.

    In cuor mio non ho mai pensato che furono 49 le bare sprecate dal Ministero dell’Interno. Vorrei sentire chi ha visto gettare enormi sacchi dalla forma inquietante dalla banchina del porto, quella notte. Ma troppe poche sono state le orecchie che hanno udito pianti materni, che piangevano in lingue diverse, ma il pianto ha una sola lingua.

    Solo a distanza di anni mi è più chiaro capire cosa sia cambiato e cosa sia rimasto uguale, per me e per la mia città. M’aspettavo che dal posto che visse la più grande sospensione di diritti civili dalla fine dell’ultima guerra potesse nascere qualcosa, non proprio nuovo. Forse qualcosa di più simile ai racconti che mi erano stati fatti a proposito degli anni ’70. Ma devo essere sincera, non so fino a che punto temessi o sperassi.

    Alla fine dell’ultima giornata la città era surreale. Iniziarono ad aprirsi le barricate, oltre a queste, la zona rossa era perfetta. Dopotutto era questo che si voleva. Ma sei gas lacrimogeni non fanno davvero male, perché tutte le piante delle aiuole della Foce sono morte? E non solo quelle, ma anche fino ai secondi piani dei palazzi iniziano a diventare grigie. E perché cammino su un tappeto di gatti, topi e piccioni morti? Se anche il sindacato di polizia a fatto notare di aver riscontrato dei danni qualche motivo ci sarà pure.

    Si stanno aprendo le barricate e intravedi Piazza De Ferrari, bellissima, pulita, ma non è più mia. Mio è quello che ho dietro alle spalle e per quanto devastato e violentato possa essere mia appartiene e mi apparterrà per sempre.

    Non si è mai saputo quello che i grandi otto si dissero all’interno, quali fossero le conclusioni raggiunte. Probabilmente doveva rimanere un segreto a noi comuni mortali. Quello che mi importava era che io sapevo quello che era successo fuori.

    Forse l’unica cosa a cui è servito il G8 di Genova del Luglio del 2001 fu di sovvenzionare restauri alla città, o almeno per i genovesi è così ricordato. Restauro e pubblicità. L’idea di una città cambiata da cima a fondo solo per tre giorni e otto persone suonerebbe ridicola se raccontata ad un bambino, non ci crederebbe. Eppure quanto è cambiato nella vita di chi ha vissuto quei giorni, come le scalinate di Palazzo Ducale. Prima erano semplici, quadrate, perfette per farci sedere sopra chiunque si desse appuntamento in quel punto. Ora sono ellittiche e maestose, perfette per accoglierci per tre giorni persone che non ci sono mai più tornate. Ma a me piacevano di più le scalinate che c’erano prima.

    di Irene Ravera

    venerdì 25 luglio 2008

    Cocaina lancia l’allarme: in Parlamento gira Giovanardi

    Drammatica denuncia alla commissione sulle tossicodipendenze della Camera dei Deputati. Giovanna Cocaina, intervenendo ai lavori, ha lanciato l’allarme: in Parlamento gira troppo Giovanardi.
    Lo si può incontrare alla toilette, alla buvette, nel Transatlantico e il governo ne fa uso anche sui banchi della Camera e addirittura nelle votazioni.

    Assumere Giovanardi, come si sa, pèrovoca danni irreparabili alla salute, dà dipendenza e uccide migliaia di neuroni. Purtroppo, a quanto pare, chi comincia ad assumere Carlo Giovanardi non riesce a smettere tano facilmente, ed è per questo che il governo gli fa fare il sottosegretario alla Presidenza del Consiglio, per avere sempre un po’ di Giovanardi sotto mano.

    La questione è grave e viene seguita con attenzione da tutti i gruppi politici. L’altro giorno, per esempio, si era diffusa la voce che, affettando un ananasso alla buvette, Giovarandi si fosse tagliato. "Se è tagliato? - tuonavano dai banchi della destra - non lo vogliamo più". Ma un comunicato arrivava quasi subito a tranquillizzare tutti: "Tranquilli, Giovanardi è purissimo".

    di Alessandro Robecchi

    giovedì 24 luglio 2008

    Carta Canta.47 - Diversamente concordi

    "Oppositori? Chiamiamoli diversamente concordi" (Ellekappa, la Repubblica, maggio 2008).

    "Quella che deve essere tutelata è la privacy dei cittadini che non sono sotto inchiesta e che non hanno commesso reati, quindi è responsabilità degli stessi magistrati che le intercettazioni restino segrete se non per le parti strettamente utili all'inchiesta e alle accuse. Così si permette un uso pieno di uno strumento di indagine rivelatosi essenziale e insieme si tutela la privacy. Il governo vuol fare il contrario, impedendo ai magistrati di indagare" (Walter Veltroni, segretario Pd, Agi, 8 giugno 2008).

    "L'onorevole Veltroni è una sorta di smemorato di Collegno perché sembra aver dimenticato quello che disse la sinistra quando uscirono le intercettazioni riguardanti ciò che avevano detto al telefono D'Alema, Fassino e altri. Ricordiamo anche all'onorevole Veltroni che in quell'occasione noi non demonizzammo gli esponenti della sinistra coinvolti, ma ponemmo anche allora il problema di porre dei limiti a questo strumento di imbarbarimento" (Fabrizio Cicchitto, presidente deputati PdL, Asca 9 giugno 2008).

    "Le intercettazioni sono uno strumento fondamentale per contrastare ogni attività illegale. Il magistrato ha diritto di poter fare le intercettazioni, uno strumento fondamentale non solo contro mafia o camorra ma anche contro pedofilia, corruzione o reati finanziari, ma non è accettabile che tutto questo finisca sui giornali" (Walter Veltroni, segretario Pd, Repubblica.it, 9 giugno 2008).

    "Le intercettazioni per reati di mafia e terrorismo non possono essere limitate come vorrebbe il Pdl perché equivarrebbe a dare un duro colpo all'azione investigativa, ma per gli altri casi è diverso. La tutela della privacy è assolutamente necessaria" (Marco Minniti, ministro-ombra dell'Interno del Pd, Corriere della Sera, 9 giugno 2008).

    "Si possono fare fondamentalmente tre cose. La prima è quella di espungere dalla parte investigativa, quella che va a processo, tutto quello che non serve all'indagine. La seconda è quella di rendere pubblica la parte connessa alle indagine soltanto in ambito processuale. La terza è quella di punire tutte quante le fughe di notizie. Questi tre obiettivi si possono raggiungere senza ledere il principio della libertà di investigazione che è molto importante. Non soltanto da un punto di vista soggettivo ma anche quale elemento di garanzia della sicurezza e della vita pubblica dei cittadini. Sulla questione intercettazioni è giusto intervenire, ma non nei modi e nelle forme proposte dal governo" (Marco Minniti, ministro-ombra dell'Interno del Pd, Asca, 9 giugno 2008).

    "Se i magistrati diffondono le intercettazioni devono essere puniti penalmente, e non pagando una sanzione... Il caso Fassino fu vergognoso... Del resto, tutto ciò era previsto nel nostro disegno di legge sulle intercettazioni telefoniche della scorsa legislatura" (Nicola Latorre, vice-presidente senatori Pd, Corriere della Sera e La Stampa, 9 giugno 2008).

    "Molte mie telefonate scherzose sono state completamente travisate... Quando le intercettazioni hanno danneggiato me, non si è mossa una foglia. Quando invece sono stati chiamati in causa i politici, ecco le leggi" (Giovanni Consorte, ex presidente Unipol, la Repubblica, 9 giugno 2008).

    "Definire nuove regole per le intercettazioni è assolutamente necessario. La magistratura ha commesso una infinità di errori, abusando di questo strumento investigativo con un dispendio economico enorme" (Guido Calvi, ex parlamentare Ds, avvocato di Massimo D'Alema ed ex avvocato di Stefano Ricucci, Il Mattino, 9 giugno 2008).

    "Credo che la materia delle intercettazioni vada assolutamente regolamentata: è una questione seria che merita attenzione" (Beppe Fioroni, responsabile organizzativo del Pd, Corriere della Sera, 9 giugno 2008).

    "Le intercettazioni servono, ma ormai si è arrivati a una vera e propria degenerazione in questo campo. Il tema va quindi affrontato, non come lo sta facendo Berlusconi, sia chiaro, però il problema c'è e non si può fare finta di niente" (Roberto Giachetti, segretario gruppo Pd alla Camera, Corriere della Sera, 9 giugno 2008).

    "E' ovvio che il disegno di legge a cui pensa il governo rappresenta l'ennesimo tentativo di ricerca dell'impunità, ciò detto io penso che le intercettazioni non possano essere rese pubbliche come avviene ora. La loro divulgazione va fortemente punita. Tra l'altro mi chiedo quale sia la forza di prova di un'intercettazione. A me non sembra giusto che vengano arrestate delle persone quando contro di loro si hanno come unica prova delle conversazioni telefoniche" (Rosy Bindi, Pd, Corriere della Sera, 9 giugno 2008).

    "Quello delle intercettazioni è un problema che riguarda la vita privata di tutti. Siamo stati garantisti anche nei confronti di D'Alema, Fassino e Latorre: non siamo dunque animati da alcun interesse di parte, né tanto meno intendiamo ostacolare l'attività d'indagine. Riteniamo però indispensabile che le esigenze investigative siano contemperate con il sacrosanto diritto di ogni cittadino alla propria vita privata" (Gaetano Quagliariello, vicepresidente vicario dei senatori Pdl, Agi, 9 giugno 2008).

    mercoledì 23 luglio 2008

    La lunga attesa

    E' finita. Una notizia attesa da anni dalle famiglie delle 8mila vittime di Srebrenica, l'enclave musulmana nella Repubblica Srpska, che la comunità internazionale fu incapace di difendere nel luglio del 1995, lasciando che gli assassini di Karadzic, guidati sul campo dall'ultimo super latitante rimasto, il generale Ratko Mladic, massacrassero impunemente civili inermi. Impunemente fino a venerdì scorso. Sarebbe infatti avvenuto, secondo quanto riferito da una nota della Presidenza della Repubblica serba della scorsa notte, venerdì 18 luglio l'arresto dell'ex leader dei serbi di Bosnia. Su un bus di linea di Belgrado. A effettuare l'arresto i corpi speciali serbi, come ha tenuto a sottolineare l'ufficio del presidente serbo Tadic, in un moto di orgoglio nazionale con riflessi interni ed esterni. ''I serbi sanno fare giustizia, anche da soli'', sembra questo il messaggio che la leadership di Belgrado lancia al mondo intero. La ricostruzione dell'arresto, con Karadzic arrestato su un bus e tenuto in gran segreto in un carcere di Belgrado dove oggi è stato interrogato dal magistrato Milan Dilparic, non convince fino in fondo. Tante e ramificate le protezioni delle quali godeva l'ex leader dei serbi di Bosnia, per immaginare una fine del genere. Militari e religiosi in primis, ma anche esponenti politici radicali e i vertici dei servizi segreti, hanno sempre protetto Karadzic, che secondo le opinioni più diffuse in questi tredici anni è passato da un monastero ortodosso all'altro.
    Più probabile che Svetozar Vujakic, l'avvocato di Karadzic, trattasse da tempo le condizioni della resa, diventata elemento indispensabile per l'emancipazione della Serbia da ruolo di 'stato canaglia'.

    Radovan Karadzic è nato il 19 giugno 1945, a Petnjica, un paesino sul monte Durmitor (Montenegro), nel comune di Savnik. Dopo la laurea in psichiatria si dedica alla politica, diventando in breve il leader dei serbi di Bosnia. Alla passione per la poesia, che diventa quasi un ossimoro rispetto a un uomo così, affianca il nazionalismo che, al collasso della ex Jugoslavia, lo porta alla presidenza della auto proclamata Repubblica Srpska, quella dei serbi di Bosnia. Ottenuta l'indipendenza nel 1992, la Bosnia–Erzegovina diventava la madre di tutti, quindi anche dei serbi, che non accettavano l'idea di essere minoranza in un Paese a maggioranza islamica. Il progetto della Grande Serbia, dopo la dissoluzioone della Jugoslavia, prevedeva anche i serbi di Bosnia e quelli di Croazia. A questo punto Karadzic, valendosi del generale Ratko Mladic sul campo, comincia la pulizia etnica delle zone serbe della Bosnia. Per questo il Tribunale Penale Internazionale ha emesso due ordini di cattura nei suoi confronti e gli Stati Uniti avevano promesso 5 milioni di dollari per la sua cattura. Le colpe più gravi delle quali è accusato Karadzic sono l'eccidio di 8mila musulmani perpetrato nel 1995 nell'enclave 'protetta’ di Srebrenica, i ripetuti bombardamenti contro la città di Sarajevo e anche di avere utilizzato 284 caschi blu dell'Onu come scudi umani nel maggio-giugno 1995. Finita la guerra, con gli accordi di Dayton del 1995, Karadzic era sparito nel nulla. Per ricomparire su un bus di Belgrado.

    ''Questo processo è una farsa'', avrebbe dichiarato Karadzic al giudice che lo interrogava, ma si tratta solo di voci incontrollate. L'unico dato certo è che Karadzic si è avvalso della facoltà di non rispondere. Cosa accadrà adesso? Karadzic è detenuto dalla Procura nazionale per i crimini di guerra e l'ordinamento serbo prevede che il magistrato abbia tre giorni per decidere in merito all'estradizione del prigioniero, contro il quale il Tribunale Penale Internazionale ha spiccato due mandati di cattura. Entro gli stessi tre giorni, l'avvocato di Karadzic potrà presentare ricorso. Una giuria si pronuncerà con decisione inappellabile e il ministero della Giustizia di Belgrado potrà disporre, in caso di parere favorevole, sul trasferimento del detenuto all'Aja.
    Karadzic era il numero uno dei ricercati del Tpi. Dopo la cattura di Stojan Zupljanin, avvenuta l'11 giugno scorso, che durante la guerra era comandante del Centro dei Servizi di Sicurezza a Banja Luka, la città più grande della Bosnia, all'appello mancano il numero due e il numero tre, rispettivamente il generale Ratko Mladic e Goran Hadzic, l'omologo di Karadzic per i serbi della Croazia. C'è da scommettere che non manca molto anche alla loro cattura, se sono ancora vivi. Tadic nelle elezioni del maggio scorso si è giocato tutto, chiedendo al popolo serbo, ancora frustrato per la perdita del Kosovo, vissuta come l'ennesima sopraffazione della comunità internazionale nei confronti di Belgrado, di scegliere: il futuro in Europa o vivere in un passato rancoroso e nazionalista. Ha vinto lui, convincendo i socialisti a lasciare soli i radicali di Seselj (anche lui detenuto all'Aja) e i revanscisti di Kostunica.

    martedì 22 luglio 2008

    Anna Serafini in Fassino



    Anna Serafini in Fassino ha licenziato la sua ultima fatica letteraria: “Cinico & Trendy” (Ponte alle Grazie). Un superfluo libretto che stigmatizza lievemente i mali della politica: cinismo, servilismo, furbizia, subalternità, trasformismo, arrivismo, arte di galleggiare. In pratica è un’autocritica.
    Alla presentazione erano presenti, oltre al professor Umberto Veronesi e alla psicoterapeuta trendy Maria Rita Parsi, anche Piero Ricca, Elia e Franz di QuiMilanoLibera. Appena arrivati sono stati marcati stretti da vigilantes e addette al grande evento. Dieci minuti dopo sono accorsi gli infami della digos.

    L’atmosfera era soft, da vaniloquio intorno al tè delle cinque. Veronesi si è sperticato in lodi. E’ un libro scritto benissimo, colto, intelligente, ironico, incisivo: così ha detto, citando Hume, Heidegger, Kierkegaard. Una cosa imbarazzante. La tesi della signora Serafini è la seguente: di questi tempi il cinismo è trendy, serve ai forti come giustificazione, ai deboli come difesa. Ma nel libro non fa nomi e non racconta fatti. Deve considerarlo inelegante. “Il primo titolo che avevo in mente”, ha rivelato, “era Berlusconite, intesa come malattia contagiosa”. Essendone stata contagiata, non lo sa e ci scrive pure un libro sopra.

    C’è stato il tempo per una domanda sul tema delle intercettazioni. Anna è fermissima: "sono state usate contro le regole dello Stato di diritto, per selezionare classi dirigenti in modo non democratico; è ora di finirla con il giustizialismo, in nome della privacy e della presunzione d’innocenza".

    Trattare affari con criminali inamidati (dopo aver riabilitato Craxi, barattato la candidatura di D’Alema al Quirinale con Ferrara e delegato a Berlusconi la riforma della giustizia e la soluzione del conflitto di interessi) è forse scelta idealistica e controcorrente? La pubblicazione delle telefonate intercettate fra Consorte e Fassino è “una delle pagine più nere della storia del diritto e del giornalismo”, risponde Anna. Anche Veronesi è d’accordo: la politica va riformata ma è illusorio voler reprimere la corruzione con le inchieste. Gli orrori della clinica Santa Rita? “Meglio non scoprirli che avvalersi delle intercettazioni per le indagini”, afferma il professore.

    Divincolandosi fra vigilantes e digottini, i tre sono riusciti a porre ad Anna Serafini un’altra domanda: "perché lei e Fassino hanno superato i tre mandati parlamentari in deroga allo statuto del partito?" Risposta: "lei è un provocatore, non c’è una legge dello Stato che ce lo impedisce e se gli elettori vogliono così." Peccato che lo statuto del PD l’abbiano votato loro e che con l’attuale legge elettorale, com’è noto, le candidature sicure siano decise non dagli elettori ma dai capi-partito.

    Non poteva mancare l’attacco a Grillo, che evidentemente nella sua testa cinica & trendy dev’essere il mandante di chiunque ponga una domanda fuori cerimoniale. “Grillo guadagna cinquanta volte un parlamentare senza avere il talento di Fiorello, e più fomenta l’odio contro i politici più guadagna”, ha dichiarato con l’aria di chi estrae l’argomento decisivo. Per la cronaca, nelle trasmissioni di Fiorello il marito va a canticchiare le filastrocche.

    Prima di chiudersi nell’auto blu ha fatto ricorso alla mozione degli affetti: "sono laureata con 110 e lode, lavoro e studio dall’età di quattordici anni, sono stata la prima degli eletti nel mio collegio con la preferenza unica nel 1992, con un padre minatore pensa che io possa avere paura di una domanda?”. Tutto, pur di non rispondere.


    Ps: la senatrice Serafini ricorda male: al minuto 7:00 dice di essere stata la prima degli eletti di tutti i partiti nel collegio Arezzo Siena Grosseto alle politiche del 1992, ma non è vero. Nelle elezioni per la camera del 1992 nella circoscrizione Siena- Arezzo Grosseto il Pds fu il partito più votato con 188.716 voti il 32,31% e conquistò 3 seggi.
    Nella lista del Pds la più votata fu effettivamente Anna Serafini con 13.915 voti. Nello stesso collegio la DC conquistò 2 seggi, il PSI 1, Rifondazione Comunista 1.

    Se si guardano tutte le liste si vede che Corsi Umberto Detto Hubert (DC) prese 18.670 preferenze, Balocchi Enzo (DC) 16.789 preferenze, Fornasari Giuseppe (DC) 16.034 (quest’ultimo addirittura non eletto). Amato Giuliano (PSI) 32.961 preferenze.
    Quindi non è “arrivata prima di fronte agli uomini e alle donne di tutti i partiti” ma controllando le preferenze risulterebbe la quinta.

    La Serafini consiglia di non essere mai aprioristicamente sospettosi, ma ogni tanto non fa male controllare quello che viene detto. E quando si controlla si scoprono le bugie.

    lunedì 21 luglio 2008

    L'italia è in guerra, ma non ditelo all'elettore

    Pare che tutto sommato ci siano dei lati positivi anche con Silvio al governo. E poi dicono che quando c'è Berlusconi non c'è libertà di informazione.

    Per esempio, possiamo sentire per la prima volta il Ministro della Difesa dire la verità sull'occupazione militare dell'Afghanistan, cui partecipa l'Italia:

    «I nostri militari combattono da un anno, ma sui giornali italiani non se ne parlava [...] Il governo Prodi ha tenuto giustamente questa informazione riservata. Lo avrei fatto anch'io al suo posto. Ora però possiamo confermare che i nostri militari hanno partecipato ad azioni anche di combattimento, hanno salvato vite umane di militari appartenenti ad altri contingenti e neutralizzato attentati. Si tratta di compiti pericolosi e ringrazio Dio che non abbiamo subito lutti e sofferenze»

    La Russa dà anche spiegazioni:

    «non è che improvvisamente siamo diventati guerrafondai: è che prima non si diceva»

    E bravo il Ministro; almeno stavolta ha detto le cose come stanno.

    Peccato che lo scoop non l'abbia fatto lui: è da anni ormai che i giornali del resto del mondo ne parlano, mentre in Italia soltanto il sito di Peace Reporter ne ha parlato ampiamente, con alcune notizie particolarmente deplorevoli per il nostro Paese.
    La Russa puntualmente menziona il morto che non ci è scappato, ma dimentica i morti che abbiamo provocato con le democratiche munizioni di pace. E dire che c'era persino un governatore dell'Afghanistan che chiedeva conto al governo (di sinistra) il perché di quei morti.

    Viste le premesse magari alla prossima il Ministro si batterà per l'istituzione di un tribunale che giudichi i crimini di guerra e contro la pace commessi dall'Italia. Sto esagerando vero?

    di Cronache da Mileto

    Ps: qui trovate tutte le operazioni di guerra cui le forze italiane hanno preso parte dal 2006 a oggi.



    Clicca sull'immagine per vedere 'Lezioni di legalità dall'Albania ', la decima puntata della rubrica settimanale Passaparola.

    Ps2: diffondi l'iniziativa e guarda le puntate precedenti.

    domenica 20 luglio 2008

    Carta Canta.46 - Primi miracoli

    "Da quando siamo al governo noi, non ci sono più sbarchi di clandestini" (Roberto Castelli, Lega Nord, sottosegretario alle Infrastrutture, Annozero, 15 maggio 2008).

    "Le autorità tunisine hanno oggi confermato il naufragio avvenuto sabato al largo delle coste della Tunisia nel quale sono morti 50 immigrati clandestini che tentavano di raggiungere l'Italia. L'incidente è stato anticipato ieri dal settimanale Assabah-Ousbouli, secondo il quale dei 66 immigrati partiti dal porto di Zouara, nel nord della Libia, 50 sono morti dopo che per cinque giorni l'imbarcazione è rimasta alla deriva al largo dell'isola di Lampedusa per mancanza di carburante. Secondo il racconto fatto dai sopravvissuti, 47 sono morti 'di fame e di freddo' e gettati in mare dai compagni, altri tre ritrovati cadaveri nella barca affondata nelle acque di Bakalta nei pressi della città di Monastir. La maggior parte delle vittime erano originarie della Costa d'Avorio, della Nigeria e del Camerun. Le fonti ufficiali affermano che sedici sopravvissuti sono stati tratti in salvo dalle squadre di soccorso tunisine. Il comunicato non cita il porto dal quale l'imbarcazione è partita limitandosi a dire che si tratta di una zona 'fuori dal territorio tunisino'. Dopo il naufragio di sabato i cadaveri di due donne sono stati ritrovati a riva tra Bakalta e Monastir" (Ansa, 13 maggio 2008).

    "Un barcone con alcune centinaia di clandestini - circa 400 secondo una prima stima, tra cui donne e bambini - è appena approdato nel porto di Lampedusa. L'imbarcazione, un vecchio peschereccio lungo una ventina di metri, durante la manovra di attracco ha rischiato di finire contro la scogliera e ha urtato una motovedetta della Guardia di finanza. Alcuni immigrati si sono anche lanciati sulla banchina nel tentativo di scendere per primi a terra. In questo momento sono ancora in corso le operazioni di soccorso da parte degli uomini della Guardia di finanza e della Guardia costiera" (Ansa, 17 maggio 2008).


    Ps: oggi alle 17.27 saranno passati 8 anni dall'omicidio di Carlo. CC assassini.

    sabato 19 luglio 2008

    Direttive per il corteo d'autunno

    A tutti i compagni della sinistra. Direttive per il grande corteo d’autunno di lotta e protesta indetto dal Partito Democratico contro il governo Berlusconi. Attenersi alle disposizioni. Per dubbi e domande, rivolgersi al funzionario di zona. Non cedere alle provocazioni. Ingoiare questo articolo subito dopo la lettura.

    Compagni del nord-est. Comporsi ordinatamente in corteo alle spalle della delegazione regionale capeggiata dal compagno Calearo. Evitare atteggiamenti minoritari e slogan improvvisati, evitare abbigliamento troppo casual o trasandato: è possibile che il corteo venga invitato a un’assemblea di Confindustria. Non facciamo figuracce.

    Precari. Le forze produttive sottopagate o ricattate dal capitale si comporranno ordinatamente dietro lo striscione della componente Giavazzi. Visto che hanno molto tempo libero tra un contrattino e l’altro, si consiglia attenta lettura dei fondi del Corriere da cui ricavare gli slogan di riferimento (licenziare meno/licenziare tutti). Lo striscione con l’enorme scritta “Il liberismo è di sinistra” si collocherà immediatamente dopo lo striscione di apertura del corteo.

    Metalmeccanici. Tutti dietro lo striscione della componente Colaninno. Evitare inutili slogan sul contratto che risulterebbero controproducenti, sottolineare il ruolo degli imprenditori illuminati.

    Anziani e pensionati. Non dimenticare l’acqua minerale. Esibendo la social card del governo, i panini verranno scontati del dieci per cento.

    Caduti sul lavoro. Questa componente del corteo sarà numerosa ma, per forza di cose, immobile. Sarà aperta dal grande striscione “Industrie Marcegaglia”, a sottolineare la sensibilità della classe imprenditoriale e il suo attivo contributo agli incidenti sul lavoro.

    Comizio finale. Sul palco interverranno i maggiori esponenti del partito, a sottolineare la vivace democrazia interna. Aprirà Veltroni, poi interverrà Walter, e concluderà il comizio il compagno Walter Veltroni. Al termine, defluire ordinatamente.

    di Alessandro Robecchi

    venerdì 18 luglio 2008

    Le firme del 25 aprile a Roma




    Nel silenzio di oltretomba dei media la scorsa settimana ho portato con un furgone le firme dei referendum alla Corte Costituzionale a Roma. Scaricate a mano, come un vero camallo. Qualcuno mi ha aiutato, ma ho fatto la mia parte di lavoro. Belin. I 60 scatoloni, spruzzati di antitarma, sono ora allineati nel caveau del Palazzo. Ad ottobre verrà deciso se i referendum sono ammissibili per la Costituzione. Se passeranno l’esame ci sarà il conteggio e la validazione delle firme.
    E’ il secondo atto democratico popolare compiuto da chi segue il blog, i Meetup, le organizzazioni libere di cittadini, le liste civiche apartitiche hanno compiuto in soli otto mesi.

    L’otto settembre 2007 sembra una data remota. Lontana. Da allora è successo di tutto. E’ caduto il governo. Si sono formati due gruppi di affari trasversali, PDL e PDmenoelle. Ad ogni azione del movimento c’è stata un’azione uguale e contraria. Alla raccolta differenziata si è risposto con gli inceneritori. A un Parlamento Pulito con un aumento di inquisiti e condannati. Alla riforma della legge elettorale per scegliere il proprio candidato con un vaffanculo. E, anzi, con la proposta di estendere la nomina dei deputati (amanti, mogli, mafiosi) da parte dei segretari di partito anche al Parlamento Europeo. Alla cancellazione della legge Maroni (intestata a Biagi) con un aumento dei precari e delle morti (assassinii) sul lavoro. Alla richiesta di diminuire la presenza militare con un incremento delle spese militari, alla nuova base di Vicenza, all’impegno in Afghanistan. All’abolizione delle leggi vergogna che impediscono qualunque condanna con il delirio dello psiconano e la sua distruzione, mirata, cocciuta, testarda delle leggi e della magistratura.

    Si sono accorti che il muro stava cedendo. Il comitato di affari PDL e PDmenoelle ha deciso di costruire una muraglia. Ignorare le richieste di milioni di persone. Schifarle dall’alto della loro sovranità. L’azione uguale e contraria, il muro dei postcomunisti e dei piduistisempreverdi, ha prodotto i suoi effetti anche sull’informazione. Del movimento, e di Beppe Grillo, o non si parla o lo si demonizza. Siamo un prodotto “subculturale” come ha scritto il grande intellettuale Massimo Giannini su Repubblica. Iracondi, con la bava alla bocca. Ecco come ci descrivono i riformisti, razionali, intellettuali.

    Dopo il 25 aprile la Comunità Europea ha ribadito che Rete4 deve lasciare le sue frequenze a Europa7, che la Gasparri va cambiata. Non ci sarebbe bisogno di un referendum o di un VDay al giorno per cambiare l’Italia. Sarebbe sufficiente applicare le leggi e avere dei rappresentanti onesti in Parlamento. In settembre chiederò di presentare al Senato le tre leggi popolari firmate da 350.000 cittadini come previsto dalla legge. Fuori i condannati dal Parlamento, scelta del candidato, un massimo di due legislature.

    Lo avete notato? Un risultato lo abbiamo ottenuto: i nostri dipendenti non ridono più e Berlusconi non racconta più barzellette. Sembra divorato dal fuoco di Sant’Antonio. Loro non si arrenderanno mai, noi neppure.

    di Beppe Grillo

    giovedì 17 luglio 2008

    Il nucleare non è la soluzione

    Il nucleare non contribuirà a ridurre la bolletta energetica del nostro Paese perché è la fonte d’energia più costosa che ci sia. Non è la risposta al mutamento climatico, perché richiederebbe investimenti tali da sottrarre risorse per lo sviluppo delle rinnovabili e dell’efficienza energetica, impedendo il raggiungimento degli obiettivi vincolanti fissati dalla Ue. Non ha risolto nessuno dei problemi di smaltimento delle scorie e di sicurezza degli impianti.

    Tutti gli studi internazionali mostrano come il nucleare sia la fonte energetica più costosa. Gran parte del costo dell’elettricità da nucleare è legato al costo di investimento per la progettazione e realizzazione delle centrali, che è almeno doppio di quanto ufficialmente dichiarato, e richiede tempi di ritorno di circa 20 anni. Dove il kWh da nucleare costa apparentemente poco è perché lo Stato si fa carico dei costi per lo smaltimento definitivo delle scorie e per lo smantellamento delle centrali.
    In Italia per rendere il nucleare un pezzo consistente della produzione energetica nazionale occorrerebbe costruire da zero tutta la filiera, con un immenso esborso di risorse pubbliche. Servirebbero almeno 10 centrali, per un totale di 10-15mila MW di potenza installata, e tra i 30 e i 50 miliardi di euro di investimenti, senza dimenticare gli impianti di produzione del combustibile e il deposito per lo smaltimento delle scorie. Le centrali, nella migliore delle ipotesi, entrerebbero in funzione dopo il 2020, e gli investimenti rientrerebbero solo dopo 15 o 20 anni.
    Il nucleare, inoltre, può fornire solo elettricità e questa rappresenta il 15% degli usi finali di energia mentre l’85% è costituito da carburanti per i trasporti e calore per riscaldamento e processi industriali.

    Non esistono ad oggi soluzioni concrete al problema dello smaltimento dei rifiuti radioattivi derivanti dall’attività degli impianti o dalla loro dismissione. Le circa 250mila tonnellate di rifiuti altamente radioattivi prodotte finora nel mondo sono tutte in attesa di essere conferite in siti di smaltimento definitivi.
    Rimangono tutti i problemi legati alla contaminazione “ordinaria”, derivante dal rilascio di piccole dosi di radioattività durante il normale funzionamento delle centrali. Sulla sicurezza degli impianti ancora non esistono garanzie per l’eliminazione del rischio di incidente e la conseguente contaminazione radioattiva. Anche nell’improbabile ipotesi di riuscire a realizzare centrali di quarta generazione, queste non riusciranno a vedere la luce prima del 2030, se non addirittura del 2040. Resta ancora irrisolto il problema di approvvigionamento dell’uranio, risorsa anch’essa limitata e concentrata in pochi paesi ma non in Italia.

    Se la priorità fosse realizzare centrali nucleari, significherebbe mettere una pietra tombale su qualsiasi prospettiva di riduzione delle emissioni di CO2. Gli investimenti essendo economicamente alternativi, dovremmo dire addio agli obiettivi comunitari e vincolanti del 30% di riduzione delle emissioni di CO2, del 20% di produzione energetica da rinnovabili e del 20% di miglioramento dell’efficienza energetica al 2020.

    Soluzioni per fermare la febbre del pianeta e ridurre la bolletta energetica italiana? Risparmio, efficienza energetica e sviluppo delle fonti rinnovabili. Facile, forse troppo.

    mercoledì 16 luglio 2008

    Passa la storia, fai ciao con la manina

    Genova fu una dimostrazione fascista.

    Genova dovremmo iniziare a raccontarcela in un modo diverso.
    Quando dico “raccontare”, non parlo di bugie, ma dell’esigenza di raccogliere centinaia di testimonianze, memorie, fotogrammi, in un qualcosa che abbia un capo e una coda, un senso e una morale: un racconto.
    In questo racconto, di solito, ci sono gli 8 uomini più importanti della terra riuniti in una città, e migliaia di persone seriamente preoccupate per la situazione che vanno nella stessa città a manifestare il loro malcontento. Alcuni erano pacifici, altri molto meno, alcuni erano immersi in una loro mitopoietica personale di zone rosse e armature di gommapiuma, alcuni la sapevano più lunga. E parecchi hanno preso tante, tantissime mazzate, soprattutto in una scuola (le Diaz) e una caserma (Bolzaneto). Un ragazzo è morto. Noi ce la raccontiamo così, e tutto sommato nel nostro racconto non c’è niente di sbagliato. Resta comunque un racconto insoddisfacente, che non spiega quasi nulla.

    Il nostro racconto pecca del solito vecchio peccato: l’autoreferenzialità. Siccome a Genova c’eravamo anche noi, riteniamo giusto raccontarlo dal nostro punto di vista. Preso il treno, fatto il corteo, prese le mazzate, ripreso il treno. Tutto questo può essere interessante (anche le foto delle vacanze sono interessanti, a piccole dosi), ma è solo la punta dell’iceberg.
    È tempo di ammetterlo: noi non siamo i protagonisti di Genova. Un livido, una cicatrice, un bello spavento, non ha fatto di noi i protagonisti. Avremmo voluto tanto esserlo, una volta almeno nella nostra vita. Con tutte quelle videocamere in giro il rischio di passare alla Storia era molto forte. Ma anche stavolta i fatti ci hanno oltrepassato, e di molto. Genova avrebbe dovuto essere la nostra manifestazione, ma non lo è stata.

    Genova è stata la manifestazione dei ragazzi in uniforme blu, in uniforme nera, in tuta aderente con casco accessoriato, con scudo di plexiglas, con lacrimogeni non omologati. Genova è stata la sagra del tonfa, il manganello multiuso. Genova è stata la dimostrazione delle forze dell’ordine, che venivano da tutte le parti a confrontare le proprie esperienze: bella la tua divisa, forte il tuo manganello, fammi vedere come usi lo spray. Come se qualcuno avesse detto (e qualcuno deve averlo detto): adesso vi facciamo vedere quanto riusciamo a essere fascisti, se c’impegniamo. Quasi un esperimento, che nei giorni successivi fece molta paura: e se fosse stato l’inizio di un nuovo stato di cose? La paura sfumò quando ci rendemmo conto che no, finita la sagra la giustizia italiana riprendeva il suo corso sbuffante, incerto, ma sui soliti binari repubblicani. Era stato un esperimento, e neanche molto riuscito. Meno male. Però adesso vorremmo che ci raccontassero la storia.

    La mamma bastonata, il pancabbestia straniero preso a calci in testa, non sono i veri protagonisti. Tutto quel che possono raccontare sono le loro mazzate, prese senza sapere il perché. Molto più interessante, più drammatico e più intrigante, sarebbe il racconto di chi quelle mazzate si è messo a darle: chi sei? Da dove vieni? Com’è che d’un tratto, da difensore della legge e dell’ordine, ti sei trasformato in un picchiatore di vecchiette? Hai preso qualcosa? Qualcuno ti ha fatto un discorso? Quante cose potresti dirci, se ne avessi voglia. E che storia ne verrebbe fuori, se anche i tuoi colleghi parlassero.

    Altro che le nostre cronache scipite – treno-corteo-mazzate-treno – che ormai fanno sbadigliare gli invitati a cena. L’inizio potrebbe essere ambientato da qualche parte in un ministero. O nei quartieri generali di una forza dell’ordine, con un gruppo di persone che si pone problemi e trova soluzioni. Alcune di queste persone avranno avuto le mostrine, altri le cravatte; ad ogni buon conto noi vorremmo conoscerli tutti: poter dare un nome e un cognome a certe decisioni importerebbe moltissimo. Vorremmo anche un capitolo circostanziato sul training dei ragazzini in uniforme blu e nera sul piazzale di fianco al nostro: quelli che mentre noi facevamo i seminari sul disastro climatico e la Banca Mondiale, prendevano appunti sui manifestanti dotati di razzi terra aria e gavettoni di sangue infetto. Quelli che mentre noi ascoltavamo Manu Chao e mandavamo giù birra e salsicce, si caricavano con la techno e mandavano giù pasticche. Vogliamo sapere come mai su quel defender in Piazza Alimonda si trovavano due sbarbatelli, e uno aveva in mano la pistola e l’altro il volante. Quanto daremmo per dettagli anche piccoli, ma succosi, come ad esempio: quel poliziotto che si graffiò il giubbotto alle Diaz e poi si autodefinì accoltellato, fu un geniale improvvisatore o eseguiva un ordine?

    Identificare le responsabilità, risalendo le catene di comando, sarebbe il minimo. Noi vorremmo qualcosa di più: preso atto che a Genova ci fu una colossale manifestazione delle forze dell’ordine, che eclissò la manifestazione anti-g8, vorremmo sapere per quale motivo i poliziotti e i carabinieri manifestavano. Vorremmo capire il senso: era un messaggio? A chi era rivolto? E ha funzionato? Perché alla fine della fiera rimane in noi la sensazione di essere stati menati a casaccio, per nessun motivo, da gente che in realtà pensava ad altro, e menava la nuora perché la suocera intendesse. Non è piacevole. Una volta si diceva “vogliamo sapere per cosa combattiamo”. Noi siamo molto più pacifisti: ci accontenteremmo di sapere per quale motivo le abbiamo prese. E ne abbiamo prese tante.

    Prendete le registrazioni saltate fuori in questi giorni. Forse non aggiungono nulla al quadro probatorio, eppure è sconvolgente il solo fatto che esistano ancora. Sei anni fa, dopo essere tornati a casa, vivevamo nell’incubo che tutto quello che era successo sarebbe stato cancellato. La polizia che col blitz in sala stampa aveva preso possesso dei server indymedia avrebbe cancellato ogni prova. Si è poi visto che di prove in giro ce n’erano ancora in abbondanza. Ma le registrazioni di questi giorni sono documenti interni della polizia: qualcosa che gli uomini in uniforme avrebbero potuto cancellare infinite volte in questi sei anni, così come hanno fatto sparire le molotov di loro fabbricazione. E invece no. Queste registrazioni sono rimaste: qualcuno ha deciso di conservarle. E qualcuno le ha fatte avere ai legali delle vittime. Chi sarà stato mai? Un poliziotto che dopo una manciata d’anni ha cominciato a vergognarsi, come Fournier? O qualcuno che anche stavolta usa le botte del G8 per dire indirettamente qualcosa a qualcun altro? E a chi?

    Si dice che i vecchi poliziotti non buttino mai via niente, simili anche in questo ai vecchi macellai. Anche nel nastro meno interessante, debitamente invecchiato, c’è sempre da trovare qualcosa per ricattare qualcuno. Lo sa bene Pollari, che deve avere una cantina fantastica, piena di registrazioni millesimate ("Senti, senti che aroma questo D’Alema del 1999”). Tutto questo è molto interessante, anche se alla fine della fiera resta una delusione. La delusione di chi ha visto la Storia passare davanti ai caschi e i manganelli, e si è messo in posa pensando di avere un posto in prima fila. E invece no. Eravamo solo le vittime predesignate del solito gioco italiano troppo difficile da capire, e impossibile da raccontare. Però sarebbe interessante, anche solo provarci.

    di Leonardo


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    martedì 15 luglio 2008

    Ultim'ora.5

    Pentagono: «Nella guerra in Iraq errori di strategia». Ad esempio la guerra in Iraq.

    Carovita, i fabbricanti di cinghie aggiungono buchi.

    L'attacco a sorpresa all'Iran fissato per il 12 ottobre prossimo.

    Al Qaeda favorevole al prestito-ponte Alitalia.

    Berlusconi al G8, i giapponesi gli costruiscono una scuola Diaz piena di studenti massacrati per farlo sentire a casa.

    G8, Bush: «Devasteremo l'ambiente nel rispetto dell'ambiente».

    È partito il nuovo tour dei Pooh. La buona notizia è che l'India ha la bomba atomica.

    Recessione, le famiglie italiane risparmiano sui beni di lusso, ad esempio il pane.


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    lunedì 14 luglio 2008

    Forse non lo sai, ma anche questo è conflitto di interessi

    "Tu tuut... tu tutt... Attendere prego... La stiamo collegando col servizio Arci in linea! Il nostro amico Arci risolve i problemi dei telefonatori anonimi dal 1925! Confessare il vostro problema dopo il Bip. Bip!"
    "Dunque, ecco, io sono un imprenditore di successo..."
    "Complimenti!"
    "Eh? Ma credevo ci fosse la segreteria".
    "Ma no, stavo facendo il cretino, come al solito. Dunque lei è un imprenditore di successo. In che ramo?"
    "Televisivo. Possiedo tre emittenze nazionali".
    "Però!"
    "Eh, modestamente..."
    "Chissà quanta gnocca".
    "Guardi, è proprio questo il problema".
    "Vorrebbe smettere?"
    "Ah, no, questo mai. Però vede, comincio ad avere un'età..."
    "Se non funziona più il viagra c'è la pompetta..."
    "Ma come si permette? Io ho ancora il vigore dei miei vent'anni. E' che... da un punto di vista meramente fiscale ormai ne ho più del triplo e vorrei lasciare la mia azienda ai figli, che sono giovani e se la meritano".
    "Più che giusto".
    "Il problema è che... vede, in tutti questi anni mi sono abituato proprio bene a..."
    "A gnocca".
    "Mi bastava affacciarmi alla finestra e smack! Da tutte le parti. Uno finché non possiede tre emittenti nazionali non ci crede. Di qua, di là, di su, di giù... la sera le trovavo nei cassetti. Tutte a chiedermi un posticino in tv".
    "E lei glielo dava".
    "Io credo nella gioventù, vede. Così ho cercato di dare a tutte queste giovani più stimoli possibile. Le ho spinte in tutti modi, davvero. E un po' mi piacerebbe continuare a farlo. Ma se lascio il posto ai miei figli... lei capisce... diventa imbarazzante".
    "Raccomandare ai figli tutte queste ragazzine".
    "Poi loro lo raccontano alla mamma... non che mi faccia paura la madre, eh. Però poi lei scrive ai giornali... una pena... insomma, il mio problema è questo".
    "Potrebbe offrire a queste ragazzine altre cose in luogo di un contratto tv. Lei è molto ricco, immagino".
    "Sì, ma i soldi non sono tutto".
    "Macchine, case, gioielli... usi un po' la fantasia".
    "No, vede, lei non capisce. Tutti i ricconi sono in grado di comprare la macchinina nuova all'amante. Ma la tv è un'altra cosa. La tv è un sogno".
    "Si spieghi meglio".
    "La ragazzina che viene da me, lei... lei non è ancora persuasa a un destino di mantenuta di alto bordo... è convinta di avere delle capacità, capisce? delle doti. Magari è convinta di essere una ballerina nata perché si è diplomata con 9 in ginnastica".
    "Comincio a capire".
    "Io nelle ragazze cerco questo, il sogno. Cioè, non voglio che pensino Mi sto sbattendo il vecchio per la grana, capisce? E' più una cosa del genere Mi sto sbattendo questo storico scopritore di talenti perché lui ha visto una luce dentro di me che forse neanch'io. Ci passa una bella differenza, mi consenta".
    "Bene, a questo punto potrebbe provare a rivolgersi alla concorrenza. C'è sempre bisogno di qualche scambio di favori..."
    "Non creda che non ci abbia pensato. Il problema è che io non ho concorrenza".
    "E' un monopolista?"
    "No, non proprio, siamo in due... Io e lo Stato".
    "Bene, e allora si rivolga allo Stato".
    "Cioè, secondo lei io dovrei alzare la cornetta, telefonare a un dirigente statale di nomina parlamentare, e chiederle di sistemarmi qualche squinzia? Non credo di avere una faccia tosta del genere".
    "Beh, a questo punto... ha mai pensato di entrare in parlamento?"
    "Io? In parlamento?"
    "Ci pensi bene. Ha tre emittenze nazionali. Se si candida, è persino capace di vincere. E a quel punto, può mettere qualche amico nei posti gusti... e raccomandare chi gli pare".
    "Ma è sicuro che con tre emittenze nazionali io mi possa candidare?"
    "Lei lo faccia. Prima che si accorgano che non può, avrà già accumulato un vantaggio per cui dovranno venire a patti con lei".
    "Ma mettiamo che vincessi... io poi cosa ci faccio lì? Non è mica il mio mestiere. Io faccio spettacolo, scopro i talenti..."
    "Può darsi che una volta al governo si trovi più a suo agio di quanto non creda. In fondo la politica funziona un po' come lo spettacolo, non trova? Non deve fare altro che scoprire nuovi talenti, gente che piaccia al popolo".
    "Sì, però io di solito scoprivo le ragazzine. Mica ci posso mettere le ragazzine nei ministeri, no?"
    "Quelle un po' cresciute, magari. Sui trent'anni. Faranno un figurone".
    "Lei dice?"
    "Ma sì, quelle che ormai in tv stanno strette... o per qualche motivo non hanno sfondato come era giusto... le riveste un po' e poi zac! A giurare a Palazzo Chigi! Certo, non è come ballare o recitare, ma i riflettori ci sono".
    "E poi sono belle docili... insomma, fanno tutto quello che gli si chiede..."
    "Lo vede che l'idea un po' la solletica?"
    "Beh, io adesso... non lo so, devo pensarci..."
    "Ecco, bravo, ci rifletta bene. Tut tut, tut tut. Il Servizio Telefonico Arci le invia i suoi più distinti saluti. La tariffa è di cento euro al secondo più iva. Tut tut, tut tut".

    "Arci, cosa stai facendo? Uno dei tuoi scherzi al telefono?"
    "Stavo risolvendo i problemi della gente".
    "Che gente?"
    "Un tale che ha tanta gnocca a mano che non sa dove piazzarla".
    "Ecco un problema che io non saprei risolvere. Tu cosa gli hai suggerito?"
    "Di fare lo Statista".
    "Mah, che cazzata".
    "La Storia giudicherà".
    "Spero abbia meglio da fare".
    Del resto, a un solo uomo Iddio donò la sapienza: re Salomone. E lui si dissipò in concubine.

    di Leonardo



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    domenica 13 luglio 2008

    Carta Canta.45 - Il laureato

    "Di Pietro? Con una grammatica come la sua, c'è da credere che la sua laurea non sia altro che un titolo fornito dai servizi segreti" (Silvio Berlusconi, Corriere della sera, 27 marzo 2008).

    "L'intendenza seguirà, come disse De Gaulle" (Silvio Berlusconi durante l'interrogatorio davanti al pool di Milano, 13 dicembre 1994. Peccato che il motto fosse di Napoleone Bonaparte).

    "Sarò lieto di venire e di incontrare papà Cervi" (Silvio Berlusconi a "Porta a Porta", 7 ottobre 2000. Peccato che il padre dei fratelli Cervi fosse morto da trent'anni).

    "In questo luogo, il caso ha voluto che passasse Enea in fuga con il padre Anchise, fondasse la città di Lavinia e desse il via a una dinastia dalla quale poi nacquero Romolo e Remolo" (Silvio Berlusconi al vertice Nato di Pratica di Mare, 29 maggio 2002).

    "Questa è una mia prorogativa" (Silvio Berlusconi, 16 maggio 1994).

    "L'Italia deve organizzare una tax force" (Silvio Berlusconi, 9 giugno 1994).

    "Una mia condanna sarebbe un atto teso a sovvèrtere l'ordinamento dello Stato" (Silvio Berlusconi, 1° dicembre 1994).

    "... una legge elettorale che in qualche modo soddisfasse le esigenze..." (Silvio Berlusconi, 23 gennaio 1996).

    "Credo che debbo guardare solo all'interesse del Paese" (Silvio Berlusconi a La Stampa, 29 gennaio 1996).

    "Se io fossi libero e non avressi queste responsabilità di governo..." (Silvio Berlusconi, 3 dicembre 2002).

    "Paolo di Tarso era un grande filosofo greco" (Silvio Berlusconi a "Porta a Porta", 11 gennaio 2006. In realtà San Paolo era un ebreo nato in Cilicia).

    "Veltroni è stato folgorato come San Pietro sulla via di Damasco" (Silvio Berlusconi, 4 aprile 2008. Per la cronaca, sulla via di Damasco fu folgorato San Paolo).

    "Il partito o gruppi di partiti apparentati che ottiene anche un solo voto in più... La tragedia di Napoli e della Campania, sommerse dai rifiuti, hanno gravemente compromesso..." (dalla lettera inviata agli elettori da Silvio Berlusconi, 6 aprile 2008).

    "Simul stabunt, simul cadunt" (Silvio Berlusconi, 21 novembre 1997. Ma il futuro del latino "cadere" è "cadent").

    "La storia ci insegna che 'senatores probi viri'... e non dico il resto" (Silvio Berlusconi, Ansa, 19 marzo 2003. Purtroppo il detto latino è "senatores boni viri, Senatus mala bestia").

    "Il mio latino é abbastanza buono: credo che potrei anche andare a pranzo con Giulio Cesare" (Silvio Berlusconi, Bbc, 6 aprile 2008).


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    sabato 12 luglio 2008

    Critico chi voglio. E la gente applaude

    Per tutti quelli scioccati dalla stampa di questi giorni, voglio rassicurare: non siete impazziti e non sono nemmeno impazziti i giornali. La questione è molto semplice, questo sistema fradicio e corrotto vede nell'eliminazione del dissenso l'unica possibilità di salvezza. Scrive Filippo Ceccarelli su Repubblica in relazione al mio intervento a piazza Navona: «Nulla del genere si era mai visto e ascoltato a memoria di osservatore». Questa cosa, Ceccarelli, si chiama libertà. Non hai mai visto una persona che chiama le cose col suo nome, anche quelle di cui tutti convengono sia assolutamente vietato parlare, come l'ingerenza inaccettabile del Vaticano nella vita politica del Paese e nelle vite private dei cittadini italiani. Caro Ceccarelli, hai fatto un'esperienza straordinaria. Col tempo apprezzerai la fortuna di esserti trovato lì l'8 luglio.

    Quello che hanno visto i presenti e gli utenti di internet è una piazza ricolma di gente, che è stata in piedi per tre ore ad ascoltare e ad applaudire entusiasta. Gli interventi più criticati dai media sono quelli che hanno avuto indiscutibilmente più successo. Nel mio intervento, al contrario di quello che tanti bugiardoni hanno scritto, gli applausi più forti sono stati sulle critiche alla politica del Vaticano e le frasi più forti fra quelle sono state applaudite ancora di più. Questa manifestazione è stata il giorno dopo descritta come un fallimento, un errore, un autogol. Stampa e tv hanno tirato fuori il manganello e con i mezzi della diffamazione, della menzogna e dell'insulto stanno cercando di scoraggiare chi ha partecipato, a continuare. Alcune ovvie piccole verità: — A sinistra si lamentano del fallimento della manifestazione quando l'unico elemento di insuccesso è costituito dai loro stessi interventi. Se non avessero parlato in tanti di insuccesso a dispetto dei fatti, la manifestazione sarebbe stata percepita per quello che è stata: un successone. — Berlusconi e i suoi sono furiosi per quanto è accaduto e il sondaggio che direbbe che Berlusconi ci ha guadagnato lo ha visto solo Berlusconi.

    Quello che dice potrebbe non essere vero. — L'intenzione di espellere Di Pietro era già evidente da parte del Pd e non è per me e Grillo che i due si sono separati. Pare che Veltroni gli preferisca Casini. Non è una battuta. — Le parlamentari che hanno difeso la Carfagna sostenendo che io in quanto donna non posso attaccare un'altra donna, insultando me sono cadute in contraddizione. — Pari opportunità e Carfagna sono due concetti incompatibili come Previti e giustizia. — È falso che non si possa criticare il presidente della Repubblica. Si può e ci sono buone ragioni per farlo ad esempio impugnando il parere dei cento costituzionalisti sul Lodo Alfano. — È falso che non si possa criticare e attaccare il Papa. Si può e ci sono buone ragioni per farlo. Ho letto un po' dappertutto che il Papa sarebbe una figura super partes. Super partes non è uno che si schiera con tutte le sue forze su ogni tema, dalla scuola ai candidati alle elezioni, alla moda e alla cucina, con interventi spesso molto al di sotto delle parti, cosa su cui anche la Littizzetto, esimia collega, ha efficacemente ironizzato. — La reazione furibonda di tutto il mondo politico alle parole di alcuni liberi pensatori, dimostra che gli interventi fatti sono stati importanti ed efficaci. La repressione dei media rivela la debolezza politica di una classe dirigente che in entrambi i poli è nata a tavolino. Gli unici elementi che hanno una oggettiva radice popolare e sono rappresentati in Parlamento allo stato attuale, sono Lega e Di Pietro.

    E crescono. Berlusconi e Pd calano vertiginosamente. — C'è un partito finto, il Pd, nato senza idee, tranne quella di fondere due partiti per ingrandirsi con lo stesso criterio con cui si accorpano le banche per essere più forti. Questo partito votato controvoglia dalla maggioranza dei suoi elettori si è rivelato fin dai primi passi un soggetto politico artificiale, che somiglia più a un «corpo diplomatico» che altro. Molti dei vip che lo hanno sostenuto ora sono colti da attacchi isterici constatando che non sta in piedi. Dall'altra parte ci sono delle idee che vogliono essere rappresentate e discusse. Idee davvero alternative a quelle del centrodestra. La qual cosa, nel momento in cui si cerca di costruire un'alternativa, ha la sua porca importanza e fa sì che queste idee vengano considerate oggettivamente interessanti dall'opinione pubblica. Per quanto riguarda l'annosa questione: «Può un comico fare politica?», si tratta anche qui di una domanda che non esiste in natura. È ovvio e tutti sanno che chiunque parli a un pubblico fa politica. È ovvio che la politica in una democrazia la fanno tutti. Ma la vera domanda che si pone è: può un comico ottenere molto più consenso politico di un politico? Può il discorso di un comico essere molto più politico di quello di un politico? I fatti dicono di sì e tocca abbozzare. Potete anche continuare a menare le mani, ma sarebbe meglio fare uno sforzo di comprensione. D'altra parte parlo per me ma credo anche a nome degli altri, le nostre idee sono lì e si possono usare gratuitamente. Approfittatene.

    di Sabina Guzzanti


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